Scrivere alla paura

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Spunto di riflessione: la paura è un’emozione che ereditiamo nascendo e che ci permette di strutturare il mondo e la nostra vita, sostenendo anche il nostro naturale istinto di conservazione. Ma qual è il suo significato sostanziale? La paura può trasformarsi in un’opportunità per la persona che la prova? 

Un pomeriggio di gennaio, dopo la lettura della poesia “Il fiume e l’oceano”, scritta da Khalil Gibran, ho riflettuto moltissimo sul significato della paura. 

Molte persone hanno la tendenza a considerare “negative” alcune emozioni, come per esempio la rabbia o, appunto, la paura. 

La poesia di Gibran è uno dei tantissimi scritti che ci dimostra il contrario. 

Ogni età, ogni situazione nuova e qualsiasi imprevisto prevedono al loro interno la possibilità di percepire la paura. Il bambino ha paura del buio, la mamma che si avvicina al parto ha paura di non saper gestire il dolore del travaglio e, successivamente, di non essere una madre adeguata per suo figlio; si prova paura ogni volta che siamo sotto esame o che dobbiamo dimostrare di aver raggiunto un traguardo; terribilmente paurosa è la sensazione di non essere ricambiati nei sentimenti o la consapevolezza che oltre la vita e la gioia, dovremmo confrontarci anche con la perdita e il dolore.

Accanto a tutto questo, esiste una verità ben più grande che non possiamo dimenticare: utilizzare le emozioni, ci aiuta a comprendere che strada prendere. Tutte le emozioni, nessuna esclusa. La più bella opportunità è imparare a navigare le emozioni!

Spesso le persone sono portate a controllare le emozioni, ma la vera chiave per la gestione di sé stessi è farsi accompagnare dalle emozioni, le quali, a loro volta, ci forniscono informazioni, quindi consapevolezza, ci regalano energia e sono la base vera di qualunque decisione. Con loro, la direzione da prendere diventa chiara e non c’è più bisogno di tagliar fuori nessuna di loro.

Pensiamo al fiume che trema di paura prima di dover entrare in mare.
Gibran ci dona una meravigliosa metafora della paura. 

Il fiume e l’oceano

Dicono che prima di entrare in mare

Il fiume trema di paura.

A guardare indietro

tutto il cammino che ha percorso,

i vertici, le montagne,

il lungo e tortuoso cammino

che ha aperto attraverso giungle e villaggi.

E vede di fronte a sé un oceano così grande

che a entrare in lui può solo

sparire per sempre.

Ma non c’è altro modo.

Il fiume non può tornare indietro.

Nessuno può tornare indietro.

Tornare indietro è impossibile nell’esistenza.

Il fiume deve accettare la sua natura

e entrare nell’oceano.

Solo entrando nell’oceano

la paura diminuirà,

perché solo allora il fiume saprà

che non si tratta di scomparire nell’oceano

ma di diventare oceano.

Khalil Gibran

Anch’io, qualche tempo fa, durante il master di Scrittura Terapeutica, mi sono ritrovata a scrivere alla paura. Non è semplice immaginare questa emozione come se fosse una persona, ma si rivela estremamente fruttuoso il dialogo che nasce con lei. Alla fine, ho ricevuto la possibilità di comprendere il suo significato più sostanziale. 

Come Gibran ci ha regalato uno scritto intenso, io condivido con te, lettore, la mia lettera, con la speranza che anche tu possa ritrovarti di fronte alla tua paura e stringerla in un forte abbraccio.

Cara paura,

ho dovuto attraversarti nel buio dell’infanzia, nelle perdite dell’adolescenza e a ogni mio parto per imparare che non sei un nemico da sconfiggere o una brutta cosa della quale vergognarmi.

Oggi lo so: tu sei la mia alleata, mentre cammino in avanti. 

Ti sei affacciata nella mia esistenza cambiando d’abito molte volte: sei stata il buio dentro al quale, di brutto, tutto poteva accadere; sei stata l’assenza e la lontananza che generavano sofferenza, sei stata l’apprensione quando era chiaro che niente si poteva controllare, sei stata l’enigma che ha destabilizzato l’ordine, sei stata via di fuga nella rassegnazione.

Un giorno, improvvisamente, ti sono venuta incontro; ti ho, dapprima sfiorato, poi toccato. E quando ti ho abbracciato, ho scoperto l’intensa alchimia che c’era tra di noi: io potevo viverti.

Ho deciso di sperimentarti e gradualmente accettarti. Ti sei integrata, profondamente, in ciò che ero, generando, per la prima volta, forza, energia, trascendenza, fino a diventare una fidata guida, vigile e attenta tra le scelte e gli eventi.

Tu sei così simile al dolore del parto: necessarie, indispensabile eppur… ancora qualcosa che spaventa. 

Tu sei l’essenza dentro una frase da non dire mai ad un bambino: “Non aver paura! Non piangere!”

Perché si può piangere eccome, finché se ne sente il bisogno! Perché ti dobbiamo esternare, cara paura, così da liberare il nostro animo!

Sei proprio tu, paura, che promuovi la conoscenza di noi stessi, che sveli i limiti e le competenze. Tu, che ci avverti dei pericoli e la tua forza non va oltre l’apparenza di un fantasma. 

Ogni volta che ti ho evitato, io ti ho alimentato.

Ho avuto paura di sbagliare, paura di scegliere male, paura di non saper gestire, paura di non accontentare, paura di perdere e paura di esprimermi liberamente. 

Ho avuto paura di non essere considerata, paura di non essere apprezzata, paura di non essere capita e paura di essere sommersa.

Ho avuto paura di soccombere e di non saper reagire. Questa è stata la mia paura più grande: non saper affrontare la vita e la sua imprevedibilità. A volte, avere paura, tende alla staticità per non correre il rischio, ma, in questo caso, perdiamo il coraggio di fare qualsiasi passo in avanti che non sia fonte di sicurezza. La conseguenza alla paura, alla fine, è la perdita di libertà. 

Io, invece, voglio essere libera di costruire la mia vita, senza essere soggiogata da te e dal tuo volermi inerte di fronte ai cambiamenti inaspettati. Non voglio sentirmi intrappolata in un punto morto, priva di obiettivi. Lì, mi sentirei più sicura, ma costantemente demoralizzata per la sensazione di sprecare il mio tempo e lasciar scappare le opportunità.

Oggi, paura, ti ho preso a braccetto. Ti ho raccontato che quando ti manifesti, nei vari contesti, ti guardo, ti comprendo, ma poi ti metto a tacere e decido io per entrambe. Ogni volta che tu mi hai paralizzato, ho dimenticato che i miei desideri stavano dal lato opposto di te. Anche la società ci ha sempre insegnato a rifuggirti, senza mai affrontarti. Ma tu, non ci abbandoni mai e curi la nostra sopravvivenza. Io aggiungo, la nostra evoluzione, quando siamo in grado di non restare inermi di fronte ai timori che tu stessa scateni in noi. 

Io so che, tu paura, non te ne andrai mai dalla mia vita, perché ci sarà sempre qualche esperienza nuova da affrontare lungo il mio cammino. Mi hai insegnato che devo pensare meno e lasciare spazio all’azione e al cambio di direzione e che, attraverso di te, posso conoscere le mie manchevolezze e superarle comunque, scoprendo che proprio nei momenti difficili sei stata tu a farmi cambiare rotta e a mostrarmi che esistono sempre diverse opzioni di scelta. 

Io non voglio più sentirmi vulnerabile a causa tua, ma, se resti mia alleata, tu sarai per me guida e io sarò per te azione. Insieme potremo superare i limiti, le incertezze e i dubbi, l’insicurezza e i timori. 

Non ho più paura di non essere, perché è sempre possibile essere altro. Così, ho smesso di avere paura della sofferenza e del dolore, fisico e psichico, quando ho cominciato a lavorare sulla mia crescita personale, quando ho iniziato a credere che tutto ciò che ci succede è un’opportunità per evolvere. Il dolore fisico e quello emotivo sono diventati, per me, qualcosa di passeggero che mi aiuta a essere migliore. 

Le situazioni inevitabili mi raggiungeranno sempre, e tu, paura, sarai proprio lì in mezzo a rigenerarti, ma se trovi una me diversa, disposta ad accogliere il bello e il brutto della vita, con dedizione e consapevolezza, tu, paura, resti alleata e non nemica. Proprio lì, io non ti temo più, ma ti trasformo.

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Serena Savarelli
Serena Savarelli nasce ad Arezzo il 26 luglio 1979, laureata in Ostetricia, vive a Castiglion Fiorentino con il marito e i figli, biologici e adottivi. Serena lavora come ostetrica di comunità nel consultorio familiare del suo paese La scrittura è la sua passione fin da piccola nella quale continua a formarsi, reputandolo un importante strumento nella cura di sé. Il Master in Scrittura Terapeutica è stato fondamentale per la sua crescita interiore. Inizia a pubblicare per MonteCovello Editore nel 2017 vari racconti e poesie e il suo primo romanzo La vita in una matrioska. Con Pav Edizioni continua a pubblicare racconti in antologie della collana Pav per il sociale, condividendo così tematiche importanti come la cura di sé, la diversità in tutte le sue forme, la violenza sulle donne e maternità e disabilità. Sempre con la stessa casa editrice è in procinto di pubblicare il suo secondo romanzo. Serena Savarelli è impegnata da molti anni nella tutela dei diritti dei minori special needs, collaborando con le associazioni di volontariato Voci diverse e M’ama dalla parte dei bambini, attive nel territorio italiano. Entrambe le associazioni promuovono la realizzazione di una rete di sostegno tra le famiglie che vivono la disabilità del proprio figlio, in un contesto d’inclusione e di accoglienza per il benessere globale della persona. Pubblica nel 2022 il romanzo “ Dove il sole si ferma” Pav edizioni , scritto con la sorella Giulia
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